Un’Europa attraversata da ingerenze esterne e da una crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni. È in questo contesto che la mobilitazione dal basso in Serbia e la vittoria di Lula in Brasile assumono un valore che va oltre i rispettivi confini: sono il segnale di una domanda di cambiamento che intreccia democrazia, Stato di diritto e autonomia dalle grandi potenze. Ma attenzione: la discontinuità elettorale da sola non garantisce automaticamente una svolta geopolitica. La partita resta aperta e si giocherà sulla capacità di costruire coalizioni ampie e di intercettare un malcontento che, se lasciato senza risposte, rischia di alimentare nuove forme di sfiducia.

Secondo Nicoletta Pirozzi, vicedirettrice e responsabile delle relazioni istituzionali dell'Istituto Affari Internazionali (Iai), intervistata da Fanpage.it, la mobilitazione degli studenti in Serbia rappresenta un segnale preciso: il consenso resta contendibile e la partecipazione dal basso può riaprire partite che parevano chiuse. La vittoria degli studenti serbi non è stata improvvisa: è il risultato di una mobilitazione durata circa due anni, focalizzata sulla lotta alla corruzione e sulla difesa dello Stato di diritto.

L’aspetto più significativo, secondo Pirozzi, è la capacità di trasformare un malcontento diffuso, soprattutto tra i giovani, in partecipazione politica, rompendo l’inerzia di un sistema consolidato. Quanto alla possibilità che questa dinamica si riproduca altrove, l’esperta è cauta: "Non è semplice dire se questa dinamica possa riprodursi altrove". Tuttavia, la vittoria di Lula in Brasile contro Flávio Bolsonaro conferma che la domanda di cambiamento oggi esiste e intreccia democrazia, Stato di diritto e autonomia dalle grandi potenze. Ma, avverte Pirozzi, la discontinuità elettorale non garantisce automaticamente una svolta geopolitica: la partita resta aperta.

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