La giustizia non può trasformarsi in vendetta, né la sicurezza collettiva diventare il pretesto per cancellare ogni possibilità di redenzione. È questo il cuore del pensiero espresso da Monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, in un intervento pubblico che ribadisce con forza la posizione della Chiesa cattolica sulla pena capitale.
Paglia richiama le parole di Papa Leone, sottolineando come la pena di morte sia oggi considerata dalla Chiesa «inammissibile perché lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona». Un principio che non nasce da un approccio indulgente verso il crimine, ma dalla convinzione che la dignità umana resti intangibile anche di fronte ai reati più gravi.
Secondo Paglia, la pena capitale rappresenta una sconfitta della civiltà. Lo Stato, che pretende di esercitare il monopolio della forza per tutelare la comunità, non può trasformarsi esso stesso in dispensatore di morte. La giustizia, infatti, è chiamata a proteggere la società senza rinunciare alla propria umanità.
In questo senso, la pena di morte viene definita non solo inutile, ma anche controproducente. Non contribuisce alla sicurezza collettiva, non restituisce le vittime alle loro famiglie e non costruisce una società più giusta. Al contrario, finisce per alimentare una cultura della violenza e della vendetta.
Paglia evidenzia come la vera legittima difesa della società consista nella sua abolizione. Solo così, afferma, si evita che lo Stato stesso diventi complice di una logica di morte.
Particolarmente forte è la critica alla spettacolarizzazione della pena capitale. Quando l’esecuzione viene trasformata in un evento pubblico, trasmesso in diretta televisiva e seguito da milioni di persone, si compie, secondo Paglia, un grave arretramento culturale. Invece di educare alla giustizia, si finisce per alimentare istinti di vendetta collettiva.
Il prelato denuncia un indebolimento della sensibilità umanistica e cristiana, frutto di una società sempre più dominata dall’individualismo. In questo contesto, l’altro viene spesso percepito come un ostacolo o un nemico da eliminare, piuttosto che come un fratello da comprendere e accompagnare.
Non manca, infine, un richiamo alla scienza. Monsignor Paglia cita la fisica quantistica come esempio di una realtà fatta di legami invisibili che uniscono tutte le cose. Un’immagine che diventa spunto per una riflessione più ampia sulla necessità di riscoprire la fraternità come valore culturale e politico.